1. Che cos'è
Nell'anca normale la testa del femore è contenuta in una cavità dell'osso iliaco, l'acetabolo, e le due strutture si modellano a vicenda durante la crescita. Nella displasia questo rapporto è alterato: l'acetabolo è poco profondo, la testa femorale è decentrata, e nei casi più gravi completamente fuori sede.
Il termine "congenita", ancora molto usato, è stato progressivamente sostituito da "evolutiva" per una ragione clinica: la condizione non è sempre presente e riconoscibile alla nascita, può svilupparsi nei mesi successivi, e un'anca normale al primo esame può non esserlo qualche settimana dopo. È il motivo per cui un solo controllo neonatale non è sufficiente a escluderla.
2. I fattori di rischio
Alcuni elementi aumentano in modo significativo la probabilità:
- la presentazione podalica durante la gravidanza, che è il fattore singolo più rilevante;
- la familiarità, in particolare in parenti di primo grado;
- il sesso femminile;
- la primogenitura;
- la riduzione del liquido amniotico e le gravidanze gemellari;
- la presenza di altre deformità posturali, come il torcicollo miogeno o il metatarso addotto.
In presenza di uno o più di questi fattori la valutazione ecografica è indicata anche in assenza di segni clinici.
3. Come si riconosce
Nel neonato la diagnosi è clinica ed ecografica. L'esame obiettivo prevede manovre specifiche che valutano la stabilità dell'anca, eseguite alla nascita e ai controlli successivi. L'ecografia consente di studiare l'anca ancora cartilaginea, non visibile in radiografia, e di misurarne la morfologia.
Nel lattante più grande i segni clinici cambiano: la limitazione dell'apertura dell'anca è il più affidabile, mentre l'asimmetria delle pieghe cutanee, che allarma molti genitori, è di per sé poco specifica e frequente anche in bambini sani.
Nel bambino che ha iniziato a camminare la displasia non riconosciuta si manifesta con zoppia, con un'andatura oscillante quando è bilaterale, e con una differenza di lunghezza degli arti.
4. Il trattamento
Il principio è unico e semplice: mantenere la testa femorale correttamente centrata nell'acetabolo, perché è il contatto tra le due superfici a guidarne il modellamento. Le modalità cambiano con l'età.
Nei primi mesi si utilizza un tutore che mantiene le anche flesse e divaricate, indossato in modo continuativo per alcune settimane con controlli ecografici seriati. È un trattamento non invasivo e con percentuali di successo elevate. È la ragione per cui la diagnosi precoce conta tanto.
Dopo i sei mesi, o quando il tutore non ha ottenuto la riduzione, si ricorre a una riduzione eseguita in anestesia e al mantenimento con un apparecchio gessato.
Più tardi, o nei casi in cui la riduzione non è ottenibile, diventa necessario un intervento chirurgico di riduzione, eventualmente associato a una correzione ossea del femore, dell'acetabolo o di entrambi.
La complicanza più temuta di ogni trattamento è la necrosi della testa femorale, ed è uno dei motivi per cui si privilegiano sempre le opzioni meno invasive compatibili con il quadro.
5. Perché il follow-up è lungo
Anche dopo un trattamento riuscito, l'anca va seguita nel tempo. Una displasia residua — un acetabolo che resta poco coprente pur con una testa femorale centrata — può non dare alcun sintomo per anni e manifestarsi in età adulta.
È un punto che vale la pena spiegare con chiarezza: la displasia non riconosciuta o incompletamente corretta è una delle principali cause di artrosi dell'anca nel giovane adulto, e i sintomi compaiono tipicamente tra i venti e i quarant'anni. Un controllo periodico fino alla fine della crescita consente di intercettare una displasia residua quando è ancora correggibile con interventi conservativi dell'articolazione.
6. Una nota pratica sul modo di avvolgere il neonato
Fasciare strettamente il neonato con le gambe distese e unite è una pratica tradizionale in diverse culture, ed è associata a un aumento documentato dell'incidenza di displasia.
Se si desidera fasciare il bambino, va lasciato spazio sufficiente perché le anche possano restare flesse e leggermente divaricate, la posizione in cui l'articolazione si sviluppa correttamente. Vale lo stesso principio per la scelta dei marsupi e dei sistemi di trasporto: sono da preferire quelli che sostengono le cosce e mantengono le gambe divaricate, rispetto a quelli che lasciano le gambe pendere unite.
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